Giulio Regeni: cercare l’essenza del problema

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La popolazione civile è in mobilitazione per chiedere #VeritàPerGiulio e #JusticeForGiulio. I cittadini di Conegliano, in provincia di Treviso, non fanno eccezione. In una petizione pubblicata sul sito change.org, essi richiedono:

che il Sindaco del Comune di Conegliano mantenga viva, a nome dei cittadini che hanno a cuore la verità nel barbaro omicidio di Giulio, la pressione verso il governo italiano su questo caso e non si accettino i molteplici tentativi di depistaggio da parte delle autorità egiziane.

Legittimo, giusto, lodevole.

Nell’articolo di questo link, è stato posto un problema: com’è possibile garantire democrazia e diritti dell’uomo, in un mondo che distingue l’azione legittima da quella illegittima attraverso il profitto?

Il problema posto è di civiltà, non solo di relazioni internazionali fra Stati. Che strumenti ha, lo Stato, per esercitare pressione su quelle multinazionali dalle quali egli stesso dipende? La domanda è retorica. Lo Stato quegli strumenti non ce li ha. Semmai sono le multinazionali ad avere gli strumenti per esercitare pressione sugli Stati. Perciò lo Stato, qualsiasi Stato, si trova stretto con manovra a tenaglia fra due forze: quella degli investimenti provenienti dalle corporazioni, e quella dell’opinione pubblica. Dall’una ha bisogno di ricevere soldi, dall’altra consenso, preferibilmente.

Quanto descritto va tenuto ben presente, quando ci si accinge ad analizzare problemi di cui la morte di Giulio Regeni è un sintomo. Va tenuto presente ancor di più quando si tenta di immaginare soluzioni. Deve essere chiaro che, per il momento, le soluzioni possono solo essere immaginate, perchè non esistono ancora i presupposti per la loro realizzazione. L’Italia è un paese che adotta una politica monetaria tale da renderla succube degli investimenti privati. Senza attori in grado di sostenere  un cambio di tale politica, essa non ha scelta che accondiscendere ai voleri degli investitori.

Detto questo, è possibile affermare che, per una sessantina di aziende italiane operanti in Egitto, vale il ragionamento di Robert Hamilton, il quale è regista, attivista, firma analisi e commenti su The Guardian e London Review of Books. La considerazione è citata a seguire.

Se non fosse per il pugno di ferro dei servizi di sicurezza, se non fosse per la loro repressione della protesta, del dissenso, dell’attivismo sindacale quegli alti margini di profitto non potrebbero mai essere sostenibili […] E quindi dobbiamo anche mettere in discussione la retorica del regime internazionale, mettere in cima alle nostre discussioni le modalità secondo le quali paesi economicamente rilevanti come l’Italia traggono benefici dal mantenimento di regimi dittatoriali degli Stati clientes, per sfruttare meglio le loro risorse naturali e il lavoro.

Robert Hamilton

Com’è stato documentato da diversi analisti, tra le aziende italiane presenti in Egitto, a beneficiare della repressione che il regime di Al Sisi esercita sulla classe lavoratrice, c’è l’Italcementi. Come possono i cittadini e lo Stato Italiano, di concerto, esercitare pressione sull’Italcementi e le altre aziende presenti in Egitto, affinchè promuovano una politica garantista dei diritti umani e della democrazia nel paese in oggetto? Esistono strumenti idonei? Quali sono? Può permettersi, lo Stato Italiano, di sanzionare queste aziende, di metterle sotto processo per favoreggiamento di dittatura, di stragi, di torture, sofferenze ed omicidi? Su change.org, al momento, una petizione in tal senso non s’è vista.

Questo articolo vuole concludere con parole di Giulio Regeni stesso:

La strada appare ancora lunga e accidentata, ma è unicamente da questi fermenti sociali che può scaturire la speranza per un Egitto realmente democratico. E gli sviluppi di queste iniziative meritano di essere seguiti con attenzione e vicinanza, anche da questa parte del Mediterraneo. Sono gli stessi sindacalisti egiziani che ce lo chiedono, facendo appello a realtà sociali simili a loro in Italia e in Europa, per sviluppare forme di scambio, solidarietà e cooperazione che possano rafforzarli e incoraggiarli in questa delicata fase storica. Questi esperimenti dal basso potrebbero forse indicare anche a noi nuove traiettorie per un sindacalismo –al contempo combattivo e democratico – al passo con le trasformazioni imposte dalla globalizzazione del ventunesimo secolo.
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