Etica della comunicazione di massa

Le priorità che dividono

I comportamenti disattivanti degli attivisti

“Nei giorni scorsi ho assistito a diatribe grottesche fra diversi attivisti che hanno finito con l’infamarsi vicendevolmente per divergenze non sostanziali”

  • È vero che l’Europa si trova di fronte a una semplice questione di priorità?
  • L’attivismo europeo, su quale problema dovrebbe concentrare i propri sforzi? Sovranità popolare della moneta? Crisi migratoria con ripercussioni razziste? Superamento delle degenerazioni comportamentali derivate dalla cultura della visibilità social/mass mediatica?
  • Per quale ragione certi attivisti bollano con i più disparati epiteti, quei “colleghi” che non condividono la stessa percezione delle priorita?

Semplice questione di priorità?

Comprendere le ragioni degli altri

Le priorità dipendono dal punto di vista e dalla sensibilità di ognuno. Sono concezioni molto più soggettive che oggettive. L’idea di porsi in conflitto con singoli o gruppi di attivisti su questioni di priorità, i tentativi di far valere la qualità delle proprie disamine su quella delle altre, sono elementi di divisione e dispersione, tutto sommato futili. Si potrebbe sorvolarvi, senza attaccare l’identità attivistica di nessuno e quindi senza fare danni. Sarebbe molto più utile che ognuno cercasse di agire nel campo che gli è più congeniale, cercando d’integrare ed armonizzare il proprio lavoro con quello degli altri, invece di adottare una politica di concorrenza fra diverse forme di attivismo, o lanciarsi in estreme attività di debunking¹ su un soggetto specifico, le quali finiscono per divenire mistificatorie esse stesse. Infatti ci ritroviamo con orde di debunkers, che smontano disingannatori, che confutano demistificatori, i quali sbugiardano i debunkers in un circolo vizioso che alimenta SOLO E UNICAMENTE se stesso. Ruote per criceti.

I Social — Media

E la degenerazione derivante dalla cultura della visibilità

Tale degenerazione è alimentata da quella psicologia che nei social-media ha insufficiente argine, secondo la quale è più importante quanto e come si appare attraverso i propri contenuti rispetto ai contenuti stessi. C’è gente che scrive solo per difendere l’immagine che vuole dare di se stessa. Per questa ragione:

  • i contenuti sui social dovrebbero trovare il modo di essere semi-anonimi, in modo da stroncare sul nascere qualsiasi tentazione di personal branding² e puntare invece sulla qualità del contenuto?
  • O è più una questione di cura della propria istruzione ed educazione, di abitudini culturali, di buon gusto e capacità di rilevare incongruenze, soppressioni ed omissioni dal proprio e altrui linguaggio?
  • Quanto in profondità si è radicata, dentro ognuno di noi, l’abitudine a mercificarci, venderci, piazzarci sul mercato dell’opinione e dell’informazione?

Etica

Per una deontologia della comunicazione di massa più costruttiva

Nei giorni scorsi ho assistito a diatribe grottesche fra diversi attivisti che hanno finito con l’infamarsi vicendevolmente per divergenze non sostanziali. Direi che ciò rappresenta più la norma che l’eccezione nel mondo partecipativo dal basso. Va detto che se un tempo, nel social center non virtuale, volavano paroloni e magari qualche cazzotto, per poi finire la discussione in modo più approfondito e disteso di fronte a qualche bevanda, ciò generava, seppure in modo rude, una qualche forma di consolidamento sociale, di legante, che nei social virtuali non è possibile, dal momento che non vi sono limiti naturali all’eventuale spocchia della comunicazione di ognuno. Se nei social, infatti, il trend è quello di promuovere e difendere l’immagine che si vuole dare di se stessi, come può il dissenso restare nel merito dei contenuti, quando non può essere percepito diversamente da una lesione della propria identità? Ecco che scatta la violenza!

Non solo il mondo finanziario e mercantilista, il sistema bancario e le grandi industrie, le multinazionali e gli speculatori internazionali, ma anche il comune cittadino è posto oggi, minuto dopo minuto, di fronte a una questione etica, poiché anche lui può parlare alle masse.

Come creare coesione, dibattendo in rete?

La comunicazione in rete pone a tutti un problema etico, per il semplice motivo che è una finestra sulla psiche collettiva. Non è una dimensione privata, in cui potersi abbandonare alle proprie zone buie senza gravi conseguenze, protetti dalla sfera dell’intimità, dove il becero ci viene perdonato perché l’amore dei nostri cari ha i mezzi per distinguere un pensiero cosciente da uno sfogo momentaneo. La rete cattura il becero, lo raduna e lo istituisce a MOVIMENTO eludendo i fisiologici meccanismi di frammentazione delle energie frustrate, messi in campo nella vita non virtuale dalla coscienza di ognuno. Invece di costruire coscientemente e collettivamente vie di trasformazione delle energie frustrate, sfocianti in soluzioni vantaggiose per tutte le parti interessate, ci troviamo a radunarci in fiumi impulsivi sempre più cospicui, che si dirigono, confluendo, al punto di non ritorno della catarsi collettiva come metodo e del sacrificio del capro espiatorio come sua necessità. Un Moloch elettronico al quale i cittadini partecipano in qualità di fame. Una forma di cannibalismo collettivo che è l’evoluzione cyberpunk del neoliberismo. Il quale, chiudendoci tutti dentro strumenti giuridici, ci ha indotto ad abbandonare la regola del servire tipica della società organica per abbracciare quella del servirsi tipica del consumatore. Siamo passati dal conviene essere giusti a è giusto quello che conviene. Ironia della sorte ció probabilmente non è giusto e nemmeno ci conviene.

A partire da quanto spiegato, torniamo prima al tema della sovranità popolare della moneta e poi a quello della crisi migratoria europea.

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The Crisis of #M5S

Originariamente pubblicato su Medium il 01/07/2016
reti

Quale sarà il ruolo dell’informatica nella governance futura, e chi ne deterrà il controllo?

Nei giorni scorsi, su Twitter, ho avuto diversi scambi. In uno di questi rispondevo a @luftbrucke dopo aver letto un suo post nel suo blog, in cui accusava il #M5S di essere un fenomeno di gatekeeping. Cito la mia risposta di seguito

Ho promesso di spiegarmi meglio.

Campagna delegittimazione #M5S non costruttiva, critiche ai comportamenti adottati dal movimento invece, auspicabili

Risposta svincolata dal limite dei 140 caratteri

Nell’era d’internet, accusare di gatekeeping è anacronistico in quanto ognuno, volendo, può avere il suo cyberspazio dove trastullarsi senza relazionarsi mai con l’alterità. La rete può essere intesa, quindi, in almeno due modi: come possibilità di confrontarsi e quella di compiacersi. All’interno del #M5S ci sono molte persone che usano la rete per compiacersi, ma anche quelle che la utilizzano per confrontarsi. Perciò trovo sciocco darsi addosso per via delle appartenenze, mentre ritengo molto utile il confronto su questioni di senso. Dire a qualcuno di evitare di avere a che fare con tizio o gruppo di tizi perché rappresentano un gatekeeper non può che risultare fazioso, in qualche misura.

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Emergenze fra immigrazione, cittadinanza e fiducia reciproca

L’appalto sulla civiltà merita regole oneste

La legge italiana sugli appalti pubblici è fortemente orientata ad elementi formali senza prendere nella dovuta considerazione gli scopi degli appalti pubblici stessi, gli esiti di generazione, ad esempio un buon rapporto qualità prezzo per i costi della pubblica amministrazione. Questo ha portato ad un codice degli appalti lungo, complesso ed oneroso, con il quale sia la pubblica amministrazione, sia gli operatori economici, faticano a lavorare. La debolezza del quadro legislativo sugli appalti, in Italia, ha un duplice effetto negativo sulle prestazioni del paese. Da una parte la complessità del sistema normativo ha condotto ad esenzioni e scappatoie che permettono l’ifiltrazione del crimine organizzato e della corruzione. D’altro canto l’Italia ha una delle normative sugli appalti più restrittive e al di sotto degli standard obbligatori dell’UE. Tali norme ingombranti e poco flessibili stanno avendo un ingente impatto negativo sulle prestazioni di appalto.

Ultimamente ho cercato di raccontare una storia. L’ho fatto a tratti, ad articoli.

Il primo s’intitola 21 milioni di euro per “Mafia Capitale” ? e racconta del pericolo, che Padova e provincia hanno recentemente corso, di vedere affidato un ingentissimo appalto per la gestione dell’accoglienza agli immigrati a due cooperative, la Senes Hospes e la Tre Fontane, già implicate nell’inchiesta #MafiaCapitale.

Il secondo s’intitola L’illecito sistemico e parla di Ecofficina / Ecofficina Educational. Quest’ultima è la coop che si è, almeno per un periodo, aggiudicata l’intero bando e sulla quale presenziavano da tempo pesanti ombre. Tali zone oscure si sono rafforzate immediatamente, dopo la vittoria del bando, scatenando indagini, perquisizioni da parte delle autorità competenti e rivolte degli immigrati.

Il terzo ha nome #mafiacapitale #venetodeifurbi e racconta di un paradosso. Un’istituzione pubblica come la Prefettura di Padova, la quale è il soggetto che ha aperto ed assegnato il bando¹, per autotutelarsi da un vincitore² dai comportamenti mafia friendly, si trova a dover riaprire la gara ad un’altro concorrente mafia friendly. Il risultato è che i cittadini osservano, disillusi, la grottesca danza di retoriche e giustificazioni che le istituzioni mettono in campo per spiegare come mai non sappiano fare a meno di usare i soldi pubblici per promuovere dimensioni mafia friendly, persino in ambiti di importanza cruciale come quelli riguardanti l’immigrazione. Ad uno sguardo più approfondito infatti, la circostanza rende evidente l’incapacità delle istituzioni di tutelare i cittadini dal dilagare di comportamenti mafiosi.

Per sviluppare ulteriormente la riflessione, ritengo utile parafrase i contenuti di un’interessantissimo articolo di Alfonso Fuggetta , intitolato L’ipocrisia di un mercato malato.

Tornando alla crucialità della gestione dell’accoglienza agli immigrati,

ha senso gestire queste forniture secondo le classiche regole di procurement, nel pubblico come nel privato?

Per rispondere Alfonso Fuggetta pubblica un estratto di questo report dell’Unione Europea che provo a tradurre.

La legge italiana sugli appalti pubblici è fortemente orientata ad elementi formali senza prendere nella dovuta considerazione gli scopi degli appalti pubblici stessi, gli esiti di generazione, ad esempio un buon rapporto qualità prezzo per i costi della pubblica amministrazione. Questo ha portato ad un codice degli appalti lungo, complesso ed oneroso, con il quale sia la pubblica amministrazione, sia gli operatori economici, faticano a lavorare. La debolezza del quadro legislativo sugli appalti, in Italia, ha un duplice effetto negativo sulle prestazioni del paese. Da una parte la complessità del sistema normativo ha condotto ad esenzioni e scappatoie che permettono l’ifiltrazione del crimine organizzato e della corruzione. D’altro canto l’Italia ha una delle normative sugli appalti più restrittive e al di sotto degli standard obbligatori dell’UE. Tali norme ingombranti e poco flessibili stanno avendo un ingente impatto negativo sulle prestazioni di appalto.

Chi volesse approfondire la storia degli appalti veneti per la gestione dell’emergenza immigrazione, potrà agilmente constatare che gli elementi descritti nell’analisi dell’ Unione Europea ci sono tutti.

Risulta inutile stracciarsi le vesti per l’ennesimo caso di mala gestione italiana. Le analisi ci sono. Gli elementi di criticità sono stati individuati da tempo. Non ha senso gestire le forniture all’emergenza immigrazione secondo le classiche regole di procurement. Occorre agire soluzioni. Quali?

Proposte

Riscrivere la legge italiana sugli appalti attraverso un percorso di democrazia diretta. La legge va scritta alla luce di un dibattito pubblico su ogni elemento di criticità della stessa, punto per punto, in modo chiaro, breve, semplice, conciso e comprensibile per chiunque. Va dotata di elementi di flessibilità e deve promuovere un buon rapporto qualità prezzo per i costi della pubblica amministrazione.

Nel frattempo, a Padova, creare un’organizzazione ad hoc, con persone competenti ed al di là di ogni sospetto, per la migliore gestione possibile dell’accoglienza degli immigrati ed al contempo dei soldi allocati allo scopo. Richiedere la partecipazione attiva ed il coinvolgimento della cittadinanza, attivare la stampa, ufficiale e non ufficiale, per un controllo costante sul progetto. Soprattutto, niente zone rosse.


[1] Stazione appaltante

[2] Operatore economico

#mafiacapitale #venetodeifurbi

Claudio Malfitano scrive sul Mattino di Padova di oggi 19/05/2016 che

ieri la Prefettura di Padova ha riaperto la gara per la gestione dell’ex caserma Prandina e della base di Bagnoli di Sopra riammettendo le due cooperative romane che erano state escluse, cioè Senis Hospes e Tre Fontane, legate al gruppo La Cascina.

Va ricordato, che il gruppo La Cascina è coinvolto nell’inchiesta #mafiacapitale. Certo, tali cooperative, a sentire le parole del Prefetto Patrizia Impresa, sarebbero sicure, in quanto commissariate. Non sarebbe ancora più di buon senso, oggi, porsi le domande che erano state suggerite negli articoli precedenti? Link1, Link2.

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L’illecito sistemico

Qualche amico o familiare in politica, un po’ di spregiudicato saltellare da una seggiola che conta a un’altra, abituarsi ad avere a che fare con cifre a sei zeri. Sembra questa la ricetta per diventare un dirigente di gomma, uno capace di rimbalzare tra una diga e l’altra del bacino della legalità. Il dirigente di gomma provoca una crepa ogni volta che tocca le sponde, provocando lo sperpero delle acque della democrazia. In questo paese, a quanto pare, lo può fare per lo più impunemente, soprattutto quando a essere prosciugati sono i soldi pubblici. Questa storia parla dunque di appalti, ma non solo.

A questo punto è naturale aspettarsi un’ambientazione collocata a Trapani, Palermo, Messina, o magari Napoli o Caserta. Da quando è stato scoperchiato il caso di #MafiaCapitale ci si sente legittimati a collocare storie di questo genere anche a Roma, o nella lombarda Milano, così pesantemente colonizzata dalla ‘ndrangheta. Questa storia invece è in corso in Veneto, a Padova, sia nel suo centro che nelle sue più remote periferie.
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Giulio Regeni: cercare l’essenza del problema

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La popolazione civile è in mobilitazione per chiedere #VeritàPerGiulio e #JusticeForGiulio. I cittadini di Conegliano, in provincia di Treviso, non fanno eccezione. In una petizione pubblicata sul sito change.org, essi richiedono:

che il Sindaco del Comune di Conegliano mantenga viva, a nome dei cittadini che hanno a cuore la verità nel barbaro omicidio di Giulio, la pressione verso il governo italiano su questo caso e non si accettino i molteplici tentativi di depistaggio da parte delle autorità egiziane.

Legittimo, giusto, lodevole.

Nell’articolo di questo link, è stato posto un problema: com’è possibile garantire democrazia e diritti dell’uomo, in un mondo che distingue l’azione legittima da quella illegittima attraverso il profitto?
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21 milioni di euro per “Mafia Capitale” ?

Mafia Capitale

Buzzi \ Carminati

21 milioni di euro è il valore del bando che potrebbe essere affidato alle mani di una delle cooperative coinvolte nell’inchiesta “Mafia Capitale”. Inoltre, se ciò avverrà, sarà perché a tale cooperativa verrà delegata la gestione di 2200 profughi che saranno ospitati nel padovano nel 2016.
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